DON GIOVANNI A TEATRO LIBERO: LE RECENSIONI

Si è conclusa da poco l’esperienza della compagnia Giorni Dispari, arricchita in questa occasione dalla presenza di Andrea Tibaldi e Monica Faggiani, che ha portato sul palco di Teatro Libero una versione inedita del Don Giovanni ovvero il dissoluto assolto di Josè Saramago.

L’allestimento di Serena Nardi ha ottenuto un notevole successo di pubblico, vincendo di fatto una scommessa : mettere in scena un Don Giovanni diverso, nuovo, spogliato dei suoi riferimenti e del carattere che siamo abituati ad attribuirgli, contornato da personaggi che mescolano generi e tipi umani, e si muovono in una girandola di piani di ascolto e di profondità, arrivando a spaccare in verticale il senso dei rapporti umani, oggi.

Ecco le recensioni più significative:

DA FLAMINIOBONI.IT, RECENSIONE DI CARLO TOMEO

Dopo quasi quattro secoli dalla prima scrittura di “Don Giovani” (avvenuta nel 1616 da Tirso da Molina), Josè Saramago scrisse nel 2005 la sua versione del famoso libertino e si ispirò al titolo dell’opera di Mozart, che era “il dissoluto punito” per sostituirlo con il sottotitolo “Il dissoluto assolto”. La vera novità è stata proprio in questa nuova interpretazione del personaggio, dopo che, sia in teatro, sia nell’opera lirica che nel cinema, la sorte del personaggio dissoluto, che seduceva le donne per poi abbandonarle e non si fermava neppure di fronte all’omicidio, riceve una specie di “riabilitazione”: se Don Giovanni aveva le sue colpe, non è che gli altri personaggi fossero tutti positivi dal punto di vista etico. Il punito, per i misfatti compiuti è solo Don Giovanni, ma la civetteria di Donna Elvira e di Donna Anna, pronta al tradimento, la vigliaccheria del fidanzato di quest’ultimo, la figura del commendatore che vuole difendere l’onore sociale, sono tutti personaggi che nascondono nelle pieghe dei loro animi la mancanza di un vero amore che porta al falso perbenismo. E che dura purtroppo ancora adesso.

E allora ben venga questa nuova e inedita versione di Don Giovanni, che la regista Serena Nardi, ispirata dal testo di Saramago, ha avuto il buon senso di rappresentare.

L’atto unico prodotto da Giorni dispari Teatro è stato presentato con una ricchezza di idee che hanno reso lo spettacolo godibile oltre il solito (in genere “Don Giovanni”, nonostante alcuni tentativi fatti in passato, non è un’opera allegra).

Lo spettacolo si svolge in un’unica scena che potrebbe essere il salotto della casa di Don Giovanni, che ormai, stanco e malato, vive nel ricordo del passato, sfogliando il “quadernone” dove sono annotati i nomi delle donne conquistate e ascoltando musica di Mozart grazie a un riproduttore di CD. Don Giovanni è vissuto nell’ottica della conquista irrefrenabile della donna, ma chi vive nella continua ricerca di amplessi è proprio la persona più lontana dall’amore. L’uomo capisce che è stato concupito ma non amato: le sue numerose conquiste non erano amore perché chi è alla continua ricerca di sesso non è in grado di amare. Fa quasi pena Don Giovanni ora nello sforzarsi di mantenere un ruolo che invece di dargli la carica, lo sommerge sempre di più in un passato che quasi non sente più suo.

L’idea che rende accattivante ma importante questa ennesima commedia su Don Giovanni” è l’inversione dei ruoli maschio/femmina. Tutte le quattro attrici hanno interpretato personaggi maschili e tra queste chi ha brillato in modo particolare per quel suo modo di porgersi al pubblico, con toni ora malinconici, ora irritanti, dimostrando una enorme capacità artistica è stata la protagonista, Monica Faggiani, veramente eccezionale nel ruolo maschile che le è stato affidato. Così come è stato ineguagliabile nelle parti di Donna Elvira, Donna Anna e Zerlina (v. il richiamo all’opera di Mozart), l’attore Andrea Tibaldi, con le sue esilaranti esagerazioni caricaturali  di tre diverse tipologie di donne.

Lo scambio dei ruoli dei sessi ha permesso inoltre di mettere bene in chiaro che non esiste, un Don Giovanni che vittimizza le “povere” e “ingenue” donne, così come non esiste una donna che, indossando i panni di una conquistatrice, compia stragi di uomini “onesti” e “inesperti”.

Il Don Giovanni di Serena Nardi è quindi il simbolo dell’uomo moderno che non ha più un’identità fisica ma una mente che può essere plagiata dagli strumenti della società moderna. Se ne ricava un senso di solitudine che può essere appagato con altri strumenti della nostra epoca. La comunicazione fra le persone, e quindi l’uscita dall’isolamento, oggi è più facile che avvenga su internet, dove tutti possiamo diventare dei Don Giovanni o delle vittime degli stessi, così come possiamo assumere uno o più sessi, a seconda delle idee che ci vengono in testa di volta in volta e  che ci sembrano esigenze assolutamente da soddisfare. Intanto restiamo sempre più bulimici affettivamente, pronti a piangere per mesi quando finisce un amore virtuale nato e finito su internet.

DA SANDRATOGNARINI.COM, RECENSIONE DI SANDRA TOGNARINI

A Teatro Libero di Milano nella settimana tra il 15 e il 21 maggio, è un testo di Josè Saramago con la regia di Serena Nardi. In scena, Monica Faggiani, Andrea Tibaldi, Sarah Collu, Silvia de Lorenzi e la stessa Serena Nardi. Lo spettacolo, secondo me, poggia su due pretesti: il primo è la stessa storia-archetipo di Don Giovanni, comparsa per la prima volta nel 1631 nella commedia di Tirso de Molina “L’ingannatore di Siviglia e il convitato di pietra”, resa celebre dall’opera di Wolfgang Amadeus Mozart del 1787 “Il dissoluto punito ossia il Don Giovanni”, ma anche presente in altri autori come Molière, Byron, Puškin e, appunto, Saramago. Il secondo pretesto ha a che fare con il gioco di specchi del Teatro nel Teatro: con lo stesso fine “terapeutico” spiegato nell’Enrico IV di Pirandello, anche qui ci sono delle persone che si riuniscono per interpretare i vari personaggi dell’opera lirica al fine di alleviare le sofferenze psicologiche di Giovanni, che si crede il famoso seduttore, forse per averlo interpretato troppe volte.

Teatro Libero non ha un sipario, quindi il pubblico che entra può subito vedere cosa c’è sul palcoscenico: resti sparsi di quinte, libri, cd, uno stereo portatile: siamo in un vecchio teatro abbandonato, diventato ultimo rifugio di Giovanni. Poi c’è una vecchia poltrona con l’alto schienale rivolto alla platea. Appena si entra in sala non ci si accorge che (Don) Giovanni è già lì, immerso nella penombra dei suoi pensieri: a tratti prende appunti, beve un po’ d’acqua da una bottiglia di plastica e si rannicchia nel dormiveglia. Il pubblico non si accorge che il vero palcoscenico in questo momento è la platea e che Don Giovanni ne ascolta ogni rumore e ogni mormorio, stanco di farsi vedere per come gli altri credono che sia.

Serena Nardi, qui regista e interprete nelle vesti del Commendatore, qualche tempo fa ha interpretato, sempre a Teatro Libero, Marilyn Monroe: il pubblico entrava e vedeva Marilyn sdraiata a pancia in giù, coperta solo da un lenzuolo, in un fast-forward che rappresentava la sua morte, successiva ai fatti raccontati nello spettacolo. Anche in quel caso, la scelta registica faceva iniziare lo spettacolo prima che il pubblico se ne rendesse conto. E non tutti si accorgevano che la scena era ribaltata: chi doveva parlare, taceva; chi doveva tacere, parlava. La morte era sotto gli occhi di un pubblico di voyeurs. In Don Giovanni più che in Happy Birthday Mr President, Teatro Libero (e non è la prima volta) annulla la distanza tra palco e platea, prestandosi benissimo a un uso “spettacolare” in tutti i suoi ambienti, dal foyer al camerino.

Ma torniamo a Don Giovanni. La scelta di far interpretare i ruoli maschili alle attrici e i ruoli femminili all’unico attore, Andrea Tibaldi, simboleggia la convinzione che il genere di appartenenza non debba mai condizionare il tuo agire, ma è invece un tuo problema la maschera, il “carattere”, che ogni giorno ti obbligano a mettere o, peggio, scegli di indossare ignorandone le conseguenze (ricordate il film The Mask?).

Una delle tante leggende metropolitane sul Don Giovanni di Mozart, rafforzata dal film Amadeus di Forman, racconta che Mozart e Da Ponte immaginarono il carattere del Commendatore sulle basi di quello del padre di Wolfgang. Il Commendatore rappresenta il Dovere, l’Ottusità, ciò che ti vieta il libero arbitrio, ciò che ti carica di colpe. Forse sarà vero, forse no, fatto sta che nello spettacolo tratto dal testo di Saramago a un certo punto si ha l’impressione che i personaggi dell’opera lirica che girano intorno a Giovanni (a partire dallo stesso Don G. che ancora lo possiede) non siano reali, siano dei fantasmi dal sapore un po’ dickensiano che rappresentano le sue varie “maschere”, scelte o imposte dall’esterno.

Il costume di Don Giovanni, indossato da Monica Faggiani, è atemporale, completamente diverso dai costumi degli altri personaggi, congrui invece alla storia originale sia nella versione teatrale che lirica. Mi ha ricordato quello di un Jedi di Star Wars. E Giovanni, che della maschera di Don G. seduttore conserva ormai solo stanche parole, ma non più l’abito, mi ha ricordato l’anziano Luke Skywalker, autoesiliatosi in un’isola deserta assillato dai suoi incubi, dai suoi complessi di colpa, dal ricordo delle sue opere e omissioni, ormai lontano dal giovane ribelle assassino di suo padre Anakin/Darth Vader (si ritorna sempre lì, al Commendatore).

Ma non è utile e nemmeno sano ragionare troppo sul significato di ciò che viene detto e mostrato e sul significato dei simboli messi in scena, qua e là. Si ride anche molto, per esempio dopo la gag tra Donna Elvira e Leporello che accennano “Acqua e sale” di Mina e Adriano Celentano. Chissà poi se era vero che l’unico che credeva di essere un personaggio dell’opera di Mozart fosse Giovanni. Magari la verità è un’altra, magari il vero “malato” era chi interpretava il Commendatore. O forse malati erano tutti gli attori e la storia si sviluppa in un ospedale psichiatrico. O forse i malati, ieri sera a teatro, erano solo quelli in platea. Intanto gli attori si tolgono i loro costumi, spostano qualche scenografia e mischiano ancora le carte. Come tutti dovremmo fare alla fine di ogni giorno: smontare le scenografie, limitare al minimo i momenti in cui indossiamo una maschera e, comunque, assolverci dalle nostre colpe. Per continuare a sorridere. E, quindi, a vivere.

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Don Giovanni di Saramago-regia Serena Nardi
Monica Faggiani, Silvia De Lorenzi, Andrea Tibaldi, Sarah Collu, Serena Nardi
ph Stefano Capra

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