FRIDA K a Teatro Libero di Milano: le recensioni

PER TEATRIONLINE, BIANCA MARIA CAMPAGNOLO

La colonna vertebrale, il bacino, il figlio, “il mio Diego”, il sangue…io.

Dominano il palco, rappresentate come dei giganteschi tarocchi, proprio queste parole, accompagnate da disegni. Frida è al centro del palco e, come una strega o una cartomante, legge le carte della propria vita e trascina lo spettatore – attraverso le parole tratte dagli scritti e dalle poesie originali della pittrice – nell’intimo della vita della donna, esplorandone i segreti più nascosti e conturbanti.

Mette a nudo tutta la sua sua esistenza, rappresentata come un fragile castello di carte, costruito in un gioco tra Frida e la morte, gioco crudele e appassionato quanto effimero.

Come unico interlocutore della pittrice, infatti, vi è sul palco la presenza che le fu sempre accanto fin dalla giovinezza, dal giorno del tragico incidente: la morte, incombente. È un dialogo ipnotico fatto di immagini, canzoni, strofe ripetute come filastrocche o formule magiche, colori. A dominare sono il bianco e il rosso: la purezza e la passione che furono i tratti dominanti dell’artista.

Così Frida a tratti quasi folle, sovversiva, irrispettosa, come una baccante, ci racconta la sua vita con le sue grida che a volte è faticoso persino ascoltare, ma la sua gioia di vivere è immensa è stupefacente e testimonia la grandezza di una donna.

La pittrice era profondamente segnata, nel corpo è nel cuore ed è toccante capire quanto l’arte per lei fosse più che una passione: era una forma di sopravvivenza, un modo per comunicare il suo mondo interiore spezzato e pieno di sofferenza, sentimenti da esprimere. Non è un caso se l’arte di Frida tocca tuttora la sensibilità di tutti noi.

Uno spettacolo di grande impatto grazie alle coreografie Lara Guidetti, i video di Vittorio Bizzi, le musiche originali Alessandro Cerea e luci e audio Massimo Volpi. Stupendi anche i costumi e le scene di Officine Red Carpet Teatro.

Serena Nardi si cala perfettamente nel ruolo di attrice e regista, nonché autrice del testo dello spettacolo e si sente chiaramente l’impegno e l’amore per l’artista messicana. Infine la bravissima Sarah Collu interpreta così bene il suo ruolo che alla fine si giunge a dubitare se si tratti di un’attrice o di Frida Kahlo stessa tornata per noi sul palco.

Questo spettacolo ci dà la possibilità di scoprire i pensieri e le parole che ci sono dietro tutte le opere dell’artista messicana, dietro i suoi quadri e i disegni che abbiamo imparato ad amare. Sono le parole di Frida Kahlo, ed è impossibile non essere emozionati e colpiti, se non turbati, dalla potenza, la ferocia e tenacia di questa donna.

Ti rido in faccia, morte. E respiro. Respiro la vita che sono” (Frida Khalo)

 

CARLA NIGRO PER SALTINARIA

Le poltrone del Libero scomode, sempre.

Sono le parole a rendere il rosso più accogliente scomodo.

Ciò che sta dentro è sempre scomodo.

Spogliandosi pezza dopo pezza, poesia dopo poesia, illusione dopo illusione, verità dopo verità, questa Frida incarnata spoglia chiunque. Un chiunque che ogni tanto ha avuto il coraggio di avvicinarsi allo specchio sopra il lavabo.

Frida tiene appesi con lunghi nastri rossi la sua vita in figure di pittura. O forse, coi piedi in terra, è lei che si appende ad essi. Sino a che la sua migliore nemica e la sua migliore compagna non bussa alla porta. Come fa di solito, dai diciotto anni di lei, com’è di costume fare nella vita di Frida. Lei, quella donna che ai giorni nostri è più una idea che carne vissuta, morta e putrefatta, è riuscita in vita a partorire solo un pezzo di ferro arrugginito. Lei che si rimprovera di tutto e non si pente di niente, che non la capisce perché è mutata in amore, oltre i contorni.

Una donna dalla risata forte, che con la morte ci danza e per Diego si fa bella, solo quando è lui a volerlo. Donna di sacrificio, di vita sbagliata e di morte gloriosa, come sempre per chi vive dietro al pennello. Tradita, massacrata, questa mia vita di merda e di pittura, questo secchio colmo di blu cobalto, porpora, verde, nero che non esiste mai del tutto, che mi tira su dal pozzo del mio dolore.
Una donna dal canto violento che non fa male. Una ballerina hanno detto.
Una ballerina storpia che non cessa di ballare a orchestra ammutolita.
Sembra di vederla viva e raggiante, quasi ruggente.

Sarah Collu ha saputo rendere onore al corpo mutilato della Kahlo, alla sua dedizione al tormento e alla vita che è bella forse. I suoi traumi li ha resi così veri, che per un poco potevano essere di tutti. E l’altra lei, Serena Nardi, ha saputo giostrare la sua voce di morte certa, il suo arrivo benevolo per quanto all’apparenza costretto, la voce della giusta via, della serenità che mai ha trovato casa nel cuore di Frida.

Alla parete in alcuni momenti ecco apparire scorci di un Messico lontano che  bene raccontavano lo spazio vitale della pittrice. Proprio quando del Messico si sentiva l’odore.Le vite dei morti hanno sempre un sapore amaro quando le incarna qualcun altro, perché la morte pare sempre così ingiusta all’uomo occidentale, eppure questa volta fa eccezione. Frida la morte la invita a danzare, questa morte di bianco vestita, quasi un po’ imbarazzata, un po’ intimorita, perché di essa Frida non ha più paura.

Quando la paura della morte cessa, si impara ad accettarla e a sentirla nel proprio corpo che prende spazio e colonizza tessuti sino a poco prima nostri. Così Frida accettò, stanca, dopo aver posto la vita in figure di pittura in una funebre valigia, di partire per il suo ultimo addio e non ce ne dispiace, non ci fa paura, anzi un’aria di leggerezza ci trapassa.

 

ADELE LABBATE PER RECENSITO.NET

Al Teatro Libero di Milano debutta in Prima Nazionale “Frida K” di Giorni Dispari, il primo spettacolo delle Residenze Urbane TLLT (Teatro Libero, Liberi Teatri). Lo spettacolo, che alle giornate milanesi ha registrato il sold out, è un piccolo affresco sulla vita, gli amori e la morte della celebre pittrice messicana, divenuta una delle icone del ventesimo secolo. La regista Serena Nardi pone lo sguardo sull’artista in relazione al suo rapporto con la Morte, sua compagna di tutta una vita.  La Morte infatti è co-protagonista nella vita dell’artista fin dalla gioventù, che le venne rubata a soli 18 anni, quando fu vittima di un terribile incidente che la costrinse a sottoporsi a continui interventi chirurgici e a continue sofferenze fisiche e psichiche. Così, immaginando un alter ego, la Morte, interpretata dalla stessa Nardi, Frida K (Sarah Collu), scorre la sua vita come un album di sofferenze, dolori e passione. E proprio quest’ultima, la passione per un uomo, Diego Rivera, le sarà fatale. Lui rappresenterà, nonostante i ripetuti tradimenti, lo sposo e l’uomo di tutta una vita e continuerà ad esserlo anche dopo aver scoperto il marito a letto con la sorella. A seguito di questo episodio il divorzio fu inevitabile. In una esistenza contrassegnata dal dolore, la costante è rappresentata dalla Morte, dal momento in cui ebbe l’incidente, ai ripetuti aborti a causa di un ventre tormentato, dai tradimenti del marito, ai tentativi i suicidio fino ad un giorno di luglio del 1954 che le fu inesorabile. Di certo l’incidente sarebbe stato fatale nella sua vita che cambiò drasticamente. Quello che viene tratteggiato dalla Nardi è difatti un personaggio che si rinchiuse in una profonda solitudine e che ebbe solo l’arte come unica finestra sul mondo. Frida K. nelle sue pitture non racconta i suoi sogni come molti hanno a lungo sostenuto definendola pittrice surrealista. Lei piuttosto dipingeva la sua realtà, quella del suo corpo martoriato, sottoposto a ben 32 operazioni. La pittrice era solita dire: “Aspetto con gioia la partenza. E spero di non tornare mai più”. Ma c’è da fare poco affidamento a queste sue dichiarazioni. La Kahlo, nonostante tutto, era una grande amante della vita, altrimenti non si spiegherebbero i numerosi tentativi di suicidio non andati a buon fine. Frida amava il canto, la musica, i colori ai quali affidava un sentimento specifico. Lo spettacolo della Nardi piace perché attraverso uno splendido lavoro di connessione delle testimonianze autografe dell’artista (lettere, poesie, diario), vengono ripercorse le diverse stagioni della presenza terribile che fu la “nera signora”. La vita in lei era così forte da non volerla lasciare andare. Lo spettacolo si avvale anche di alcuni filmati sui luoghi di Frida, la sua casa, il suo giardino, le foto di lei e Rivera. Quello che trapela è il velo di solitudine e tristezza di una donna che non è riuscita a trovare ancora una meta al suo viaggio anche dopo la morte. Complici i suoi quadri. Nei suoi ritratti infatti raffigurò molto spesso gli aspetti drammatici della sua vita, il più importante dei quali fu senza dubbio l’incidente del 1925. I suoi quadri sono stati il prodotto della sua vita che lei cercava di rendere accessibile attraverso il simbolismo. Lo spettacolo unisce diversi linguaggi artistici e si avvale di musiche originali del giovane compositore Alessandro Cerea e di video di Vittorio Bizzi, girati integralmente in Messico, e in gran parte nella casa museo Casa Azul. Di certo siamo di fronte ad una lettura diversa del personaggio iconico di Frida Kahlo, non un’analisi delle sue opere pittoriche, né ad una narrazione dei fatti biografici che hanno segnato la sua esistenza, quanto piuttosto ad un viaggio attraverso il suo intricato mondo esteriore e interiore, immersi nella personalità forte, appassionata, di una donna marchiata dalla tragedia, che non ha comunque mai smesso di lottare, e di amare la vita stessa, quella vita che non è stata per niente benevola e anzi l’ha continuamente sfidata. Oggi mancano donne come Frida, mancano personalità forti che nonostante la sofferenza, non si tirano indietro e continuano a lottare per stare al mondo.

 

DA NEROSPINTO.IT

(…)

La Nardi per questo spettacolo ha scelto di dar voce a Frida attraverso il tema del doppio rintracciabile anche all’interno delle più importanti opere della pittrice messicana. Da un lato Frida dall’altro quello che possiamo considerare a tutti gli effetti il suo alter ego: la morte.  Un rapporto che per Frida iniziò sin da giovanissima quando a 18 anni fu protagonista di un grave incidente che segnò in modo indelebile tutto il resto della sua vita. Il 17 settembre del 1925 all’uscita da scuola Frida salì su un autobus insieme al compagno e fidanzato dell’epoca, Alejandro Gómez Arias, e pochi minuti dopo il mezzo si scontrò con un tram terminando la sua corsa schiacciato contro il muro. Il corrimano dell’autobus attraversò il corpo di Frida entrando dal fianco e uscendo dalla vagina e inoltre l’incidente le provocò danni alla colonna vertebrale, che si spezzo in tre punti, al collo del femore, alle costole, alla spalla sinistra e alla gamba sinistra che si fratturò in 11 punti.

Saranno 32 le operazioni chirurgiche a cui Frida dovrà sottoporsi durante tutta la sua vita alternandole a busti di gesso che la costringeranno a letto per lunghi periodi. Una volta dimessa dall’ospedale e tornata a casa l’impossibilità di muoversi dal suo letto spinsero Frida ad avvicinarsi all’arte grazie anche all’intervento dei suoi genitori, in particolare di suo padre Guillermo, che fecero posizionare uno specchio sul soffitto della stanza da letto di Frida e la circondarono di tele e colori. (…)

C’è un sottile ma onnipresente filo rosso che lega questa donna, la sua vita e la sua opera, a quella che lei chiamava la Pelona ovvero la morte.  Un rapporto che nello spettacolo Frida K: la morte e il suo doppio rivive attraverso il lavoro della Nardi che traccia un percorso avvalendosi di testimonianze autografe dell’artista tra cui lettere, poesie, diario personale, e che ci farà conoscere e vivere ogni momento in cui Frida e la Pelona si sono ritrovate faccia a faccia.  (…) Una forza straordinaria e dirompente quella di Frida che si dimostra anche consapevole e determinata davanti alla necessità di accettare il momento finale senza temerlo tanto che nel suo diario lei stessa scrisse: “Aspetto con gioia la partenza. E spero di non tornare mai più”.

Lo spettacolo Frida K: la morte e il suo doppio è l’occasione per conoscere le più intime sfaccettature di una donna che è diventata una figura femminile di riferimento nell’arte e non solo e che sul palco del Teatro Libero rivive, per una volta, attraverso le sue parole e non tramite l’analisi dei dipinti che l’hanno resa celebre.

Sarà il cuore di Frida a parlare costringendo lo spettatore ad esporre il proprio così come ha fatto lei nel corso della sua breve ma intensa esistenza.

 

GUIDA PER GIOVANI

 

 

È in scena al Teatro Libero fino al 30 ottobre Frida K. di Serena Nardi, la biografia splendidamente sceneggiata di Frida Kahlo.

Sul palco Frida, interpretata da Sarah Collu e la presenza costante nella vita dell’artista, ovvero la Morte (interpretata da Serena Nardi). Lei così legata alla vita tanto quanto alla morte in un dialogo di addio, ci racconterà la sua incredibile esistenza, tra amore e sofferenza, arte e passione politica.

La scenografia, nella sua semplicità, è molto efficace e a tratti spettacolare. Riesce a farci capire quanto l’arte e il bisogno di esprimere “la propria visione della realtà” siano stati la vera forza di Frida. È uno spettacolo assolutamente consigliato, anche in previsione della mostra monotematica sull’artista che si terrà il prossimo anno al Mudec.

ARIANNA LOMOLINO PER MILANOINSCENA

 

Una Frida Kahlo più alterata che dolorante quella di Serena Nardi che a Teatro Libero ha debuttato con Frida K. La poliedrica figura della pittrice non è facile da sintetizzare, è infatti con un alterego che dialoga (Sarah Collu), portando così in scena gli antipodi di una stessa anima in un confronto serrato: Vita e Morte energicamente fuse, la diversità nell’unità espressa attraverso l’arte. Sono proprio i dettagli di alcuni suoi quadri più famosi, sospesi a dei fili cui Frida stessa è aggrappata, ad attivare il pretesto per raccontare e dare così dimensione al ricordo. Gli oggetti sono pochissimi, la quarta parete è delineata da pannelli che aprono la visuale del palco per frammenti; la messa in scena è interessante in tutte le sue parti e in un attento uso delle luci, peccato per la mobilità costante che infrange la significativa tensione iniziale.

Sorprende, in questo senso, la facilità di movimento che Nardi regista-attrice sceglie, mentre sappiamo che Frida preda -ma instancabile padrona- del suo stesso corpo, arrancava nei passi e nei gesti. Giustamente non manca la danza, mossa dalle musiche originali di Alessandro Cerea, come non poteva mancare Paloma negra dell’amante Chavela Vargas.

Sebbene non ci sia, forte come ci si aspetterebbe, quella sofferenza che contraddistingue figura e opera di Frida Kahlo, c’è la caparbia volontà della vita. Inevitabile, quindi, l’accenno all’amore per Diego Rivera, e all’umiliazione che ne deriva, il secondo incidente (quasi) mortale della sua vita.

Questa Frida beffarda sembra recitare se stessa, strizzando l’occhio al suo doppio, ora in abito scuro mentre lei veste di bianco, ora in abito da sera candido mentre Frida indossa un tradizionale abito rosso. Si alternano Collu e Nardi nella narrazione, una confessione per gradi, una dichiarazione d’amore, che tocca tutti i punti nevralgici di una vita, sì dissennata ma anche di profondo raccoglimento: “una vita oscena, indegna, umiliante, ma vita! la mia!”

 

 

ANTONIETTA USARDI PER OFFICINE MILANESI

 

In “Frida K” di Giorni Dispari Teatro, Serena Nardi sceglie di ridare voce a Frida Kahlo nella dialettica costante con la morte, quell’alter ego, che fu, per lei, dallo spaventoso incidente occorsole quando aveva soli 18 anni, fino al letto d’agonia, da dove, dopo molti anni e ancor più indicibili sofferenze fisiche e psichiche, scriveva: “Aspetto con gioia la partenza. E spero di non tornare mai più”. Le sue lettere, le sue poesie, brani tratti dal suo diario vengono portate in scena per ripercorrere le differenti stagioni di questa presenza terribile nella vita di  Frida:  ogni figlio abortito da quel ventre così martoriato da non poter più generare;  ogni tentativo di suicidio andato a vuoto, perché la vita in lei era così forte da non volerla lasciar andare;  ogni volta che ha desiderato di morire per l’ennesimo tradimento da parte dell’uomo della sua vita e, ancor più, dei suoi sogni pur sempre infranti. Ma neppure questo è bastato. Se alla fine, infatti, quel corpo martoriato è stato liberato, la voce dell’artista, invece, sembra condannata all’eterno racconto di quel suo mondo fatto di solitudine, immobilità, energia, colori esplosivi, desiderio di bianco, ironia, sarcasmo e lacrime tanto irrefrenabili quanto trattenuto fu il suo sorriso beffardo: “Ti rido in faccia, morte. E respiro. Respiro la vita che sono”.

 

 

 

 

 

 

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