Don Giovanni ovvero il dissoluto assolto

Lo spettacolo

Giovanni ha scelto di ritirarsi dal mondo e vive un’ esistenza di solitudine e di oscurità, rintanato in un piccolo teatro abbandonato e dismesso.
Vive da miserabile, in una volontaria reclusione e incuria che lo hanno portato a uno stato di malessere fisico e psicologico irrecuperabile. Alla malattia che annuncia una morte prossima.
Nel suo microcosmo di isolamento e silenzio sopravvive in lui un’unica certezza: essere lui Don Giovanni.
Circondato di libri, di cd, di immagini d’arte e di sogni svaniti in niente, nella sua mente si reitera incessantemente la vicenda del grande amatore, mentre si lascia tormentare e allietare dalla musica di Mozart , che ascolta in continuazione attraverso un riproduttore di musica recuperato chissà dove.
Un gruppo di amici, cerca di accompagnare (e alleviare) questa sua tormentata convinzione prestandosi a recitare i personaggi dell’opera mozartiana.
Il gioco teatrale permette tutto: scambi di ruoli, confusione di corpi e di generi, alterazione continua della verità.
Le situazioni, i livelli di consapevolezza e la girandola di vicende umane e teatrali si incrociano, si stratificano, e si confondono continuamente fino a quando il meccanismo del gioco si rompe improvvisamente.
Perché la vita gioca con noi, ma noi non possiamo giocare con lei.
E perché, in fondo chi sia Giovanni e chi Don Giovanni nessuno lo sa.
Nemmeno lui, nemmeno gli altri personaggi della storia.
Di lui sappiamo solo che è diventato uno stereotipo, un mito, un ideale, una malattia.
Ecco perchè potremmo provare a pensarlo, semplicemente, un uomo.
Una vittima di se stesso, o di chi gli ruota attorno, di chi si aspetta sempre qualcosa da lui: una passione sfrenata, un assalto amoroso, uno stupro, un delitto, una sentenza cinica e supponente, un pentimento.
Saramago ha dato a Don Giovanni un corpo, un cuore, una dignità umana
Allora proviamo, guidati da lui, a ripensarlo cosi’.
A credere che dietro un falso mito, decadente e dacaduto, non resti altro che un uomo desideroso di amare e di essere amato.
In fondo non così diverso o lontano da tutti noi
L’amore negato genera i mostri dell’anima.
Don Giovanni, uomo non amato, non è in grado di amare.
Forse vorrebbe ma non può.
Non può generare l’amore di cui non è stato fecondato.
E chi può fecondare un uomo con l’amore se non una donna che ama?
E chi può dire che Don Giovanni, in realtà, non fosse una donna che, stanca del suo essere donna, del suo sentirsi “solo” una donna, sceglie di fingersi uomo per tormentare e punire gli uomini che non l’hanno amata?

Note di regia

Il testo di Saramago (scritto nel 2005) propone una riflessione alternativa, direi rivoluzionaria, rispetto alla figura di Don Giovanni. In tutte le opere precedenti, sia di carattere lirico che drammatico, questo personaggio è stato rappresentato nelle azioni e delineato nella psicologia, piu’ o meno, seguendo la linea narrativa inaugurata dalla prima idea di Tirso de Molina.
La vicenda di Don Giovanni è, nei testi che lo raccontano da sempre, la storia di un uomo dissoluto, dentro e fuori, e il giudizio finale degli autori, della società rappresentata (e quindi del pubblico) sulle sue “nefandezze” prevede un’ inevitabile punizione esemplare: una sorta di purificazione attraverso le fiamme dell’Inferno.
“Avevo sempre pensato che Don Giovanni non poteva essere tanto cattivo come nel tempo lo avevano dipinto, ne’ Donna Anna e Donna Elvira delle creature tanto innocenti, per non parlare del Commendatore, puro ritratto di onore sociale offeso, né di un Don Ottavio che a stento riesce dissimulare la vigliaccheria …” così scrive Saramago.
Ho scelto di leggere e analizzare il “perché di un uomo” secondo il punto di vista di un altro uomo, cercando di interpretarlo attraverso la sensibilità di una donna.
Tentare di comprendere le motivazioni era indispensabile.
Saramago fa dire a Don Giovanni (mentre parla con Donna Elvira per dirle di andarsene e di lasciarlo finalmente in pace) una battuta illuminante. Riporto lo stralcio di dialogo:
Donna Elvira: “Crudele! Ti ha partorita una fiera, non una donna tra le donne”
Don Giovanni: “Magari sarà per questo che le cerco tanto.”
Il dramma di Don Giovanni e’ tutto lì: nel bisogno di essere amato. Amato davvero. Non ricercato e usato come oggetto di piacere o di evasione, cosa che le altre donne del dramma dimostrano di aver fatto.
L’epopea di Don Giovanni non è altro che una ricerca di amore, una smania continua, ossessiva e distruttiva. Fino alla morte. Fino all’Inferno.
Eppure l’Inferno vero, credo voglia dire Saramago, è “la consapevolezza di non essere amati nel momento in cui non desideriamo altro che questo”.
E l’intimazione di un pentimento salvifico suona come una beffa dopo l’inganno.
Il Don Giovanni mozartiano va all’Inferno sprezzante del pericolo perché si è convinto che niente potrà fargli più male del “non amore” sperimentato nella sua vita.
Questo nuovo punto di vista su un personaggio tanto controverso e indagato compare in un momento nodale della storia (l’inizio di un nuovo secolo) che corrisponde spesso a un punto di svolta della societa’ (come peraltro accadde agli inizi del 1900 con la crisi dell’uomo moderno, evento che porto’ alla necessità di ripensare l’uomo sotto tanti aspetti).
Il periodo storico di inizio duemila ha corrisposto, e corrisponde, a un momento di blocco, di stagnazione generale nella storia dell’umanità, soprattutto, per ciò che riguarda le relazioni interpersonali.
Siamo in presenza di problemi sempre più irrisolti di incomunicabilità tra le persone, e di gestione malata di vari surrogati di comunicazione, dobbiamo fare i conti, sempre più con l’incapacità di intraprendere percorsi relazionali sani e costruttivi. Tutto ciò ha incrementato un disagio sociale sempre più endemico e letale.
Da qui si articolano i temi prevalenti dell’opera, in capo a tutti la solitudine esistenziale che deriva, appunto, dalla difficoltà di entrare in relazione con gli altri; il bisogno di una giustizia vera, che possa risanare ferite profonde e antiche come il mondo.
Saramago vede, alla base di tutto ciò, una sostanziale mancanza di amore tra le persone, di compassione e accoglienza sincera, e il non soddisfatto bisogno di relazioni vere e profonde genera una radicata e pandemica incapacità a comunicare l’essenza di noi stessi. Siamo diventati a pieno titolo “la società dello spettacolo” teorizzata profeticamente da Guy Debord nel 1967. Negli ultimi anni, siamo stati (e ci siamo) abituati alla “superficialità”, alla “disumanità”, alla meccanizzazione e elettronificazione della nostra esistenza, abbiamo investito questi “vizi sociali” del ruolo di necessità imprescindibili e, nel contempo, ci siamo accontentati, “umanamente” parlando, di dare niente e niente ricevere.
Abbiamo svuotato di senso il contatto umano, patito queste carenze di scambi energetici positivi e siamo precipitati da un crescente disagio umano e sociale a un ossessivo bisogno di contatto attraverso i social networks.
L’imperante esposizione pubblica della propria immagine attraverso sistemi “virtuali” sembra raccontare un incontrollato bisogno di riconoscimento di se stessi ( sia attraverso i propri occhi che attraverso gli occhi virtuali degli altri) e il rattristante aumento di ricorso a psicologi, psichiatri e psicofarmaci, oramai a tutte le età, sembra suggerire che forse abbiamo semplicemente smarrito la strada.
Senza dimenticare la crisi spirituale che investe buona parte della società occidentale e la apparente inadeguatezza dei modelli religiosi di sempre.

Saramago dice tutto ciò attraverso la storia del suo protagonista, un personaggio ormai divenuto una figura archetipica: Don Giovanni è un vero e proprio mito nell’immaginario collettivo, secondo l’accezione più filologica, esattamente come lo sono Medea, Antigone, Edipo , Don Chisciotte, Romeo e Giulietta e ormai anche Marilyn Monroe. L’idea che da’ origine al testo di Saramago è una ripresa del libretto di Da Ponte, prevede gli stessi personaggi, le stesse situazioni iniziali.
Eppure l’autore ha voluto scrivere un finale alternativo a quello mozartiano, partendo precisamente dal momento successivo alla visione della tomba del Commendatore, nel cimitero dove Don Giovanni si reca, restituendoci una visione alternativa all’idea di “dannazione a tutti i costi”.

Serena Nardi

DON GIOVANNI OVVERO IL DISSOLUTO ASSOLTO

regia di Serena Nardi
con Monica Faggiani, Andrea Tibaldi, Serena Nardi, Silvia De Lorenzi, Sarah Collu

scene e costumi Officine Red Carpet
luci Stefano Capra
musiche di W. A. Mozart

Compagnia Giorni Dispari Teatro

Produzione  Red Carpet Teatro