La follia improvvisa di Ignazio Rando

 

LA FOLLIA IMPROVVISA DI IGNAZIO RANDO

“Il  Dio rende folli quelli che vuole annientare.” Euripide

Perché in questo racconto non ci sono certezze né garanzie di salvezza per nessuno.
E dentro a questa negazione c’è l’umanità intera. Nemmeno la follia si presenta come un dato oggettivo, inconfutabile. La follia di chi, poi? Di Rando … perché così vuole l’autore? Del rag. Garbioni … che potrebbe essersi immaginato (o, peggio ancora, inventato tutto) in preda lui stesso al delirio? Dell’autore … che architetta una tragicomica piccola epopea per dare corpo e voce ai suoi fantasmi? Del lettore … che sceglie deliberatamente di leggere il libro fino alla fine, fino all’inesorabile presa di coscienza che la sua stessa mente si è resa complice del dilagare della malattia?
Questa pandemica follia è presente, si respira nell’aria ma al tempo stesso è sfuggente e non misurabile. Eppure è proprio nell’impossibilità del ritorno alla normalità e nel tragico epilogo che risiede una nuova possibile certezza.
La follia vera, presunta o millantata che sia, è efficace per chi la vive o per chi la osserva solo quando è un processo improvviso e irreversibile: è un’ architettata strategia difensiva attraverso cui l’essere umano “mette in scena” il suo più puro e assoluto desiderio di rinascita, di riappropriazione legittima del proprio esistere.
E’ l’epifania di una nuova qualità dell’”esserci” heideggeriano, un impeto irrefrenabile dell’anima che sorride riconoscendo se stessa, accettando di spogliarsi di ogni inessenzialità, liberandosi dai vincoli di un “dover essere” cieco, sordo e muto per aprire i sensi al “tutto”.

“Nella grande commedia, la commedia della vita, tutti gli spiriti ardenti occupano il palcoscenico, mentre tutti gli uomini di genio siedono in platea. I primi si chiamano pazzi; gli altri, intenti a copiare le loro follie, si chiamano saggi.” Denis Diderot

“La pazzia, signore, se ne va a passeggio per il mondo come il sole, e non c’è luogo in cui non risplenda.” William Shakespeare

E il teatro cosa c’entra?
La storia del teatro è ciclicamente e circolarmente imperniata sul manifestarsi della follia e sull’interpretazione del suo significato per la vita dell’uomo. Fin dagli albori, con la tragedia greca, alcuni grandi eroi, Oreste, Fedra, Medea, subiscono una follia voluta dagli dei e di cui saranno vittime inermi. Al “giullare   folle” medioevale era lecito “dire” ciò che non era gradevole “udire” cosicché, tra il serio e il faceto, aveva il sottaciuto sacro compito di frantumare l’ipocrisia per aprire uno squarcio sull’inaudibile verità. La follia di Amleto, tragicamente calcolata per necessità ma umanamente devastante, si rinnova nella pirandelliana farsa dello scrivano Ciampa che propone la pazzia stessa come unica consapevole  convenzione per salvaguardare le convenzioni stesse e l’integrità dell’apparenza.
La follia di Rando è teatralmente catartica, purifica anche chi la guarda da fuori: è una contaminazione di gesti e pensieri salvifici che non lascia indenne il povero rag. Garbioni, inerme e inconsapevole vittima della verità. Che non lascia indenne nemmeno il pubblico, questa volta davvero “spettatore di sè stesso”.
E cos’è il teatro se non una calcolata, folle, messinscena dell’uomo su sè stesso, per sè stesso e con sè stesso?
Il senso
Rando è (o diventa o si fa credere) folle per necessità, per istinto di sopravvivenza e desiderio di redenzione. Solo la follia può redimere e salvare. Anche e soprattutto il ragionier Garbioni che, alla fine del percorso di indagine/scoperta, salendo lui pure sul tavolo, ripercorre volontariamente il processo di autosalvazione di Rando.
All’inizio lo biasima poi, vivendo, sperimentando sulla sua pelle quel disagio indicibile che diventa il suo, lo accetta riconoscendolo come unica possibile via di salvezza.

Spettacolo tratto dal romanzo di Dario Franceschini
(edizioni Bompiani)

Adattamento teatrale e regia: Serena Nardi

con Stefano Orlandi

Musiche originali di Matteo Amantia

LO SPETTACOLO

Lo spettacolo si presenta in forma di monologo-narrazione suddivisa in quattro quadri, con un unico attore in scena che, alternativamente, interpreta sia il Rag. Garbioni che Ignazio Rando.
Rando rappresenta l’inesorabile scorrere della vita, l’accadimento del qui e ora…il dilagare inarrestabile della follia. Garbioni sarà involontario testimone e, alla fine, incosciente voce critica dell’intera vicenda.

Un palcoscenico buio e freddo, ingombro di pile di libri, carta, giornali.
Un grammofono. Un letto sfatto. Un lungo tavolo/bancone nero. Tante scatole ripiene di cartoncini ingialliti riposti in ordine, schedati. Una sedia. Tante lampadine che pendono dall’alto da fili di varia lunghezza. Il nero che prevale all’inizio verrà progressivamente i lluminato dalla lettura dei sogni di Rando fino a tornare all’esplosione di luce dell’inizio dello spettacolo.
I due quadri di Rando si svolgono in platea, a contatto diretto col pubblico.

C’è interazione frequente tra voce e musica. Seguendo le indicazioni dell’autore del romanzo, le atmosfere sonore, create in continua sinergia col testo, sottolineano la valenza evocativa delle parole e amplificano la dimensione onirica, immaginifica e “distorta” del racconto.

 “Non intendiamo fornire svago a quelle persone che vanno a teatro per soddisfare un’esigenza sociale di contatto con la cultura. Ci interessa quello spettatore che nutre  autentiche esigenze spirituali e che desideri realmente auto-analizzarsi per mezzo di un confronto diretto con la rappresentazione. Ci interessa quello spettatore che non si arresta a uno stadio elementare di integrazione psichica, pago della sua angusta, geometrica stabilità spirituale, che non ignora il dubbio.” Jerzy Grotowski

info: redcarpet@outlook.it

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