La Gilda del Mac Mahon

Lo spettacolo

Aprire la porta della prima scena è solitamente un gesto luminoso, ma non nel bar periferico in cui questa “Gilda” è ambientata. Il buio e l’odore di polvere e vino lasciato asciugare nei bicchieri introducono a personaggi altri, un musicista e una cameriera sempliciotta, subito raggiunti da un istrionico proprietario e dal suo sottoposto. Il bar non ha ancora riaperto, e che si stia parlando si amore e infelicità lo si capisce già dal doloroso accoppiamento simbolicamente rappresentato dall’avvinghiarsi della cameriera al musicista, mentre suona il lamentoso Larghetto del Concertino da Camera di Jacques Ibert.

L’adattamento teatrale e la regia

Personaggio cardine della raccolta “I segreti di Milano” di Giovanni Testori, la Gilda è una donna pura nel cuore ma non nel corpo, provocante come Rita Hayworth. Adorata dagli uomini e invidiata dalle donne, attrae gli sguardi di tutti i meccanici rovesciati sui tavolini dei bar del Mac Mahon. Un amore sfortunato le rovina l’esistenza: è per lui che comincia a vendere il suo corpo, e di lui non può liberarsi, continua a tornagli alla mente “finanche nei momenti più delicati, quando stretta all’amico di una sera, a tutto avrebbe dovuto pensare fuorché che quello che voleva non era quello che aveva lì, ma l’altro”. E l’altro ritorna, con una nuova illusione di felicità.
La Gilda fa di tutto per il suo Gino, accecata dall’amore o, come direbbe lei, “come una scema”.
In carcere o sempre lì per finirci, il Gino è l’emblema della mancanza di ogni scrupolo e sensibilità, come la Gilda lo è della forza vitale che ogni animale sa cavare per rialzarsi: “manda giù il magone, e avanti”.
La Gilda appartiene a una Milano lontana da quella di oggi. Testori sentiva che stava per scomparire e la ritrasse con pietà e malinconia, devoto ad un’idea che sperava gli sopravvivesse.

L’adattamento teatrale spacca in quattro il capello (compatto ma fortunatamente non troppo sottile) del racconto di Testori e crea una piccola nuova chioma di personaggi, gente da bar naturalmente, ma non naturalisticamente.

Infatti la contestualizzazione storica abbastanza riconoscibile è contestata da una regia grottesca, che trasforma in cerone bianco gli anni che ci separano dal dopoguerra per aggredire con mano calcata e simbolista questa Milano forte, semplice e popolare. L’uso marionettistico del corpo e della voce proprio per lo più dei personaggi maschili lascia spiccare l’apparizione di una Gilda cruda quanto basta, cioè molto.

La musica dei sassofoni finge di non comprendere la differenza tra suono e rumore e diventa essa stessa personaggio. I sassofoni cantano, abbaiano, ridacchiano, sfottono, sono il treno sotto al quale la Gilda stava per buttarsi, la voce irritante del Gino, lo strazio d’amore della Gilda. Rifiutando la tentazione al romanticismo, che con lacrime di superficie giustifica le colpe dello spettatore, questa “Gilda” tenta di dominare il suo minuscolo mondo con armi comprensibili in ogni tempo, perché la voce greve e sensualissima della Gilda possa infine penetrare senza rimedio i cuori annacquati del presente.

LA GILDA DEL MAC MAHON

Con: Sarah Collu, Andrea Benvenuto, Romeo Tofani
Sassofoni: Luca Carnelli
Da un racconto di Giovanni Testori

Adattamento e regia: Vittorio Bizzi

Compagnia Giorni Dispari, Produzione Red Carpet Teatro